, 21 gen. (Adnkronos Salute) - La
loro azione è simile a quella di alcuni estratti della cannabis,
come hashish e marijuana. Ma gli endocannabinoidi non
sono tutti uguali, ci sono quelli 'buoni', cioè neuroprotettivi, e quelli 'cattivi' o neurodegenerativi.
A far luce sulle caratteristiche del sistema degli endocannabinoidi, 'chiamato in causa' in diverse
malattie infiammatorie e degenerative del cervello, è uno studio italiano
pubblicato su 'Nature Neuroscience'. Che potrebbe rimettere in discussione alcuni meccanismi
fondamentali nella trasmissione nervosa e nel trattamento di sue importanti
disfunzioni. Uno studio cui il prossimo numero della rivista dedicherà
anche un editoriale, e che potrebbe avere un notevole impatto sullo sviluppo di
nuovi farmaci ad hoc.
Il lavoro si è svolto presso l'Irccs
Fondazione Santa Lucia di Roma, in collaborazione con l'Università di Roma Tor Vergata e l'Università di Teramo. E' stato coinvolto,
come supporto, anche lo statunitense Scripps Research Institute, che ha messo a
disposizione degli studiosi italiani un modello di topo geneticamente
modificato. La ricerca, spiegano gli studiosi della Fondazione Santa Lucia, si
è focalizzata sulle alterazioni del sistema endocannabinoide
e sull'azione svolta da due neurotrasmettitori
'chiave', implicati sia nelle tossicodipendenze che nelle malattie
infiammatorie e degenerative del cervello.
Le aree del cervello, infatti, si scambiano informazioni
attraverso una fitta rete di segnali generati dai neurotrasmettitori:
tra questi vi sono appunto i cannabinoidi endogeni.
Il sistema degli endocannabinoidi si attiva in
numerose malattie infiammatorie e degenerative del cervello, presumibilmente
per frenare il danno neuronale. Sono due gli endocannabinoidi più coinvolti in queste patologie: AEA (anandamide) e 2-AG (2-arachidonilglicerolo). Come già
osservato nella sclerosi multipla, sarebbe soprattutto AEA ad attivarsi in caso
di malattie neurodegenerative e infiammatorie, con un
effetto neuroprotettivo.
Per potenziare la sua azione, attualmente
sono usati a scopo terapeutico i cannabinoidi
vegetali derivati dalla canapa indiana. Che però hanno
effetti collaterali tipici di queste sostanze psicoattive.
Finora, ricordano gli studiosi, AEA e 2-AG erano ritenuti 'cooperativi' e
capaci di svolgere, fondamentalmente, le stesse azioni biologiche. Per questo
erano bersagli quasi equivalenti per lo sviluppo di farmaci contro gravi
patologie neurodegenerative (malattia di Alzheimer,
morbo di Parkinson, corea di Huntington,
sclerosi multipla e sclerosi laterale amiotrofica, ma
anche patologie periferiche quali obesità, cirrosi epatica e infertilità).
Per la prima volta lo studio 'made in Italy' ha evidenziato che AEA e 2-AG possono inibirsi
reciprocamente. In particolare, si è dimostrata la capacità di
AEA di ridurre i livelli endogeni del 'cugino'. Quindi AEA svolgerebbe
il ruolo di endocannabinoide
'buono', e il suo effetto neuroprotettivo in certe
patologie scaturirebbe proprio dall'inibizione del parente 'cattivo' (2-AG),
che ha invece un ruolo prodegenerativo ed è in grado
di bloccare alcune sinapsi che normalmente tendono a preservare l'integrità neuronale.
"La scoperta - assicurano gli esperti - comporta una radicale
rivisitazione delle azioni svolte da questi fondamentali neurotrasmettitori".
E apre interessanti prospettive nell'approccio farmacologico alle patologie correlate a disfunzioni del
nostro sistema endocannabinoide. I risultati della
ricerca suggeriscono, infatti, lo sviluppo di nuovi farmaci in grado di
stimolare la produzione nel cervello di AEA ma non di
2-AG. Oppure, al contrario, di inibire direttamente la produzione di 2-AG. Le
attuali terapie basate sui derivati della canapa indiana, infatti, attivano
indiscriminatamente i recettori dei cannabinoidi del
cervello (sia quelli per l'anandamide
che per il 2-arachidonilglicerolo), con un effetto contemporaneamente
antidegenerativo e prodegenerativo, oltre ad avere
degli effetti indesiderati.
I ricercatori italiani hanno potuto dimostrare "un aspetto
inatteso dell'omeostasi degli endocannabinoidi
- sottolinea Diego Centonze,
del laboratorio di Neurofisiologia della Fondazione
Santa Lucia - che, se confermato anche in altre aree cerebrali, può davvero
rivoluzionare il nostro modo di considerare la regolazione della trasmissione
nervosa e il trattamento delle sue disfunzioni". In quanto alle ricadute
pratiche della scoperta, Mauro Maccarrone, del
Laboratorio di Neurochimica dei lipidi della
Fondazione evidenzia che "ora la possibilità di ridurre in vivo i livelli
di 2-AG tramite l'aumento di quelli di AEA è piuttosto
concreta, visto che già esistono inibitori della degradazione dell'AEA molto
efficaci. Più remota è invece la prospettiva di modulare direttamente il
metabolismo del 2-AG, per il quale mancano ancora inibitori con potenziali
applicazioni terapeutiche".