L’editoriale.
L’inguaribile voglia di vivere’.
No, non è il titolo di un film ma è il
titolo di un libro.
Scritto da Massimo Pandolfi,
giornalista del Resto del Carlino, presentato lo scorso 25 agosto alla Fiera di
Rimini, il libro racconta storie di persone colpite da malattie terribili e
incurabili.
E’ un libro sulla vita dentro la vita!
E’ un libro sulla voglia di vivere
nonostante tutto, nonostante tante difficoltà.
Un libro sul coraggio, la dignità e su
un modo di affrontare certe situazioni anche, soprattutto, con un sorriso.
C’è la mia storia e quella di tante
altre persone, non solo malati di sla.
Un libro che pulsa di vita, da leggere
tutto d’un fiato …da settembre in tutte le librerie!
‘L’inguaribile voglia di vivere!’ :
perché ho scritto questo libro?
A cura di Massimo Pandolfi.
I primi tempi, per semplificare e
spiegare agli amici cosa stavo scrivendo, dicevo: «Racconto le storie degli
anti-Welby».
Mi sono pentito di avere usato questo
termine, «anti», perché in realtà non è e non vuole essere contro nessuno questo libro. E’ solo «pro», è
solo a favore del bene più grande che i cieli abbiano donato agli uomini: la
vita, la libertà.
Voglio anzi ringraziare Piergiorgio
Welby: il suo sacrificio, nel Natale 2006,
mi ha fatto aprire gli occhi, mi ha preso di peso e immerso in un
argomento che prima non conoscevo, o conoscevo pochissimo. Mi ha dato la voglia
di informarmi, studiare, girare l’Italia, gettarmi nella storia e nella realtà
quotidiana di tante persone più sfortunate di me. Conoscere Elena, Maria
Ausilia, Patrizia, Carlo, Cesare, Gian Piero, Luca, Mario e Sebastiano mi ha
arricchito. Li ho presi come esempio nel volume, ma negli ultimi mesi ho
incrociato la mia vita, il mio sguardo, il mio cuore con quello di tante altre
persone come loro e da questi rapporti mi sono più che mai reso conto di come
la dignità di una persona non si possa mai e poi mai misurare con i nostri
minuscoli metri umani.
La vita è sacra, l’ho capito nella
pratica.
Me lo dicono la carne, me lo dicono
le ossa, me lo dicono gli occhi, il cervello e l’anima di questi miei nuovi
amici, ridotti come e peggio di Welby, prigionieri del loro corpo, eppure
capaci di dare vita ai loro giorni, giorno dopo giorno, come e più di tanti di
noi. Sembra incredibile, ma è proprio così.
Già prima di Welby mi aveva colpito
il caso di Terry Schiavo e le parolone che venivano utilizzate da scienziati o
presunti tali per spiegare le razionali motivazioni che avevano indotto il
marito a chiedere che venisse «staccata la spina» a questa donna che da anni
viveva da «vegetale». Paroloni a parte, a me sembrava tutto tremendamente
semplice e lineare: a Terry Schiavo, ad un certo punto, non hanno più dato da
bere e da mangiare.
E’ morta di fame e di sete. Non
c’erano spine strane da staccare. E’ morta di fame o di sete così come
accadrebbe a un neonato o ad un anziano non autosufficiente se non venissero
aiutati.
C’è tanta confusione attorno a questi
argomenti, c’è tanta confusione attorno ai vocaboli stessi che spesso
utilizziamo a sproposito.
Con questo libro ho la presunzione,
abbiamo la presunzione, di fare un po’ di chiarezza.
Spesso si dice: ma se una persona
vuole morire e non ha la possibilità di farla finita da sola, non c’è nulla di
male ad «aiutarla».
Ok, ma se fosse tutto così normale,
se non ci fosse nulla di male. perché se domani mattina chiunque di noi
incontra per strada uno sconosciuto che cerca di buttarsi dal ponte, non lo
aiuta a farla finita ma cerca in tutti i modi di fermarlo?
Volete sapere perché? Perché siamo
fatti così. Siamo fatti per rispettare e rendere dignitosa ogni vita, non per
buttarla via.
«L’inguaribile voglia di vivere»
tratta soprattutto dei casi di Sla, una malattia terribile che rende
prigioniere le persone del proprio corpo. Toglie il movimento, ogni movimento,
ma risparmia il cervello, l’anima, il cuore. Ma più o meno lo stesso discorso
si può fare per
migliaia di altri casi, di altre
malattie, di altre tragedie.
Prendiamo i presunti stati
vegetativi: nel maggio 2007 si è fatto un gran parlare di un signore polacco
svegliatosi dopo 19 anni di coma.
Non è l’eccezione che conferma la
regola.
«Avvenire» ha pubblicato un elenco di
decine e decine di persone a cui è successo qualcosa del genere.
Io ho un’amica, Patrizia, che più di
dieci anni fa ha avuto un tremendo incidente stradale. Sembrava dovesse vivere
da vegetale. Sua madre, disperata, i primi mesi andava a chiedere lumi e
consigli agli esperti di tutto il mondo.
Uno gli ha risposto così: «Alla
prossima crisi respiratoria di sua figlia, vada nell’altra stanza, accenda il
televisore, lo metta a tutto volume e dopo un quarto d’ora torni da Patrizia.
Sarà tutto finito».
Non è finito un bel niente, per
fortuna. Giovanna, si chiama così la mamma di Patrizia, ha combattuto e
combatte come una tigre e sua figlia si è risvegliata dal coma. E’ disabile, ma
c’è: e migliora, anno dopo anno. Parla e mangia. Vive.
Sono i misteri della vita che solo la
presunzione umana crede di poter svelare, armandosi di tanta scienza e boria. E
pensare che anche un certo Albert Einstein si era inchinato alla ragionevolezza
del mistero. Diceva: «La cosa più bella che possiamo sperimentare è il mistero.
Esso è la sorgente di tutta la vera
arte e di tutta la vera scienza».
Il mistero. Non è roba da creduloni.
Mistero vuol dire anche accettare e non capire, come immagino capiterà capita
tutti i giorni ai miei amici protagonisti di questo libro e alle migliaia di
persone che sono messe come loro. Ci sarà anche qualcuno che ad un certo punto
non accetterà più e il desiderio di farla finita prenderà il sopravvento. E’ un
desiderio che merita il massimo rispetto e comprensione. Ma è un desiderio,
appunto: pensare di trasformarlo in un diritto, pensare che lo Stato trasformi
ogni desiderio in un diritto
ufficialmente riconosciuto, vuol dire incamminarsi verso un’epoca sempre più
nichilista e relativista. Dove tutto è relativo, appunto. Dove tutte le
opinioni sono vere allo stesso modo. Dove ci si batte per morire, non per
vivere.
In questi mesi ho avuto l’onore di
incontrare una persona che non dimenticherò mai: Mario Melazzini. E’ un medico,
ed è malato di Sla. L’ho ascoltato a un convegno e quell’incontro mi ha dato la
spinta decisiva _ lui lo scoprirà ora, leggendomi_ a scrivere questo libro.
«SuperMario» ha fatto anche molto di
più: ha accettato di scrivere l’introduzione al volume, introduzione che da
sola vale tutto il resto. E chiacchierando un sabato pomeriggio a Reggio
Emilia, mi ha anche suggerito il titolo finale: «L’inguaribile voglia di
vivere».
Per me è bellissimo.
E’ anche il titolo della vita di
Mario, dei miei nuovi amici, e di tanti uomini ridotti così.
Aiutiamoli. Facciamo in modo che non
perdano mai la loro straordinaria voglia di vivere. Ognuno di questi uomini è unico,
irripetibile.
Per morire, c’è sempre tempo.
Accadde un
anno fa…
Ottobre
2006 – Sit in : la cronaca!
Luca
Pulino
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