Ricercatori della Scuola di Medicina dell’Università della Pensilvania stanno
sviluppando una nuova metodologia che utilizza cellule di lievito per lo studio
di farmaci in grado di combattere disordini neurodegenerativi come la sclerosi
laterale amiotrofica (SLA) o malattia di Lou Gehrig. Recentemente sono state
identificate diverse mutazioni a carico di una proteina chiamata TDP-43, che è
implicata nella sclerosi laterale amiotrofica e in alcuni tipi di demenza
fronte temporale.
Aaron D. Gitler, PhD, autore principale dello studio e professore
associato di Biologia Cellulare e dello Sviluppo, spiega “Abbiamo creato un
modello che utilizza cellule di lievito, le stesse che si usano per fare il
pane o la birra, che esprimono la proteina TDP-43 . In queste semplici cellule
la proteina TDP-43 forma aggregati esattamente come nelle cellule nervose
umane. Nel nostro lavoro abbiamo individuato quale porzione della proteina
mutata è responsabile dell’aggregazione e quale della sua tossicità”. Gitler e
i suoi colleghi hanno pubblicato i risultati delle loro ricerche questa settimana sull’edizione online della
rivista the Proceedings of the National
Academy of Sciences.
Due anni fa altri ricercatori dell’Università della Pensilvania
avevano scoperto, dall’analisi post-mortem di tessuti provenienti da pazienti
con sclerosi laterale amiotrofica o demenza fronte temporale che la proteina
TDP-43 si accumulava in maniera anomala nel cervello e nel sistema nervoso di
questi pazienti.
La proteina TDP-43 è in genere coinvolta in diversi processi
cellulari tra cui il processamento del DNA e dell’RNA. Gli studi più recenti
sulle mutazioni di TDP-43 confermano un suo ruolo nello sviluppo della
malattia.
La formazione di aggregati è un processo che impiega decenni nelle
cellule umane ma i ricercatori hanno ora a disposizione un modello in cui lo
stesso processo avviene in ore. Questo permette di effettuare rapidi studi
genetici per identificare proteine che possono contrastare gli effetti di
TDP-43 mutata, di visualizzare il processo di aggregazione e di studiare
molecole in grado di eliminare o impedire la formazione degli aggregati.
Gitler afferma che il loro modello rappresenta una strumento molto
potente per effettuare screening su larga scala che permettano di individuare
piccole molecole in grado di impedire la formazione degli aggregati di TDP-43 o
proteggere la cellula dagli aggregati già formati.
In genere la proteina TDP-43 si trova nel nucleo delle cellule,
tuttavia, in caso si sclerosi laterale amiotrofica o demenza fronte temporale,
essa viene in qualche maniera sequestrata nel citoplasma cellulare, dove forma
aggregati. Gitler ha spiegato che quanto TDP-43 viene espressa nelle cellule di
lievito a livelli paragonabili a quelli delle cellule umane la proteina rimane
confinata nel nucleo.
Tuttavia se la proteina viene espressa a livelli maggiori si
formano gli aggregati nel citoplasma. Se l’espressione viene aumentata ancora
TDP-43 diventa tossica e le cellule di lievito non sono più in grado di
crescere. Questo esperimento suggerisce, per la prima volta, che gli aggregati
di TDP-43 possono essere direttamente responsabili della tossicità cellulare.
Negli studi condotti su tessuti post-portem di pazienti con sclerosi laterale
amiotrofica e demenza fronte temporale i ricercatori avevano inoltre
individuato alcuni frammenti di TDP-43 molto abbondanti negli aggregati
tossici. Sapendo questo Gitler e i suoi colleghi hanno tagliato la proteina
TDP-
I ricercatori sono in grado di esprimere ogni gene nelle cellule
di lievito e questo permette di individuare altri geni che possano contrastare
la tossicità di TDP-43. Inoltre Gitler e suoi colleghi stanno effettuando studi
farmacologi con il loro modello. “Possiamo analizzare centinaia di migliaia di
molecole per individuare quella in grado di bloccare la tossicità di TDP-43.
Successivamente potremmo sperimentare i risultati ottenuti sugli animali.”
Co-autori dello studio sono: Brian S. Johnson dell’Università
della Pensilvania, J. Michael McCafferty della “Johns Hopkins”, e Susan Lindquist, del Whitehead Institute for Biomedical Research (MA). La ricerca è
stata in parte finanziata dall’ Università della Pensilvania- Institute on Aging.