L’inguaribile voglia di vivere’.
No, non è il titolo di un film ma è il titolo di un libro.
Scritto da Massimo Pandolfi, giornalista del Resto del Carlino, presentato lo
scorso 25 agosto 2007 alla Fiera di Rimini, il libro racconta storie di persone
colpite da malattie terribili e incurabili.
E’ un libro sulla vita
dentro la vita!
E’ un libro sulla voglia
di vivere nonostante tutto, nonostante tante difficoltà.
Un
libro sul coraggio, la dignità e su un modo di affrontare certe situazioni
anche, soprattutto, con un sorriso.
C’è la mia storia e quella
di tante altre persone, non solo malati di sla.
Un libro che pulsa di
vita, da leggere tutto d’un fiato …da settembre in
tutte le librerie!
‘L’inguaribile
voglia di vivere!’ : perché ho scritto questo libro?
A cura di Massimo Pandolfi.
I primi
tempi, per semplificare e spiegare agli amici cosa
stavo scrivendo, dicevo: «Racconto le storie degli anti-Welby».
Mi sono
pentito di avere usato questo termine, «anti», perché
in realtà non è e non vuole essere contro nessuno questo libro. E’ solo
«pro», è solo a favore del bene più grande che i cieli
abbiano donato agli uomini: la vita, la libertà.
Voglio anzi
ringraziare Piergiorgio Welby: il suo sacrificio, nel
Natale 2006, mi
ha fatto aprire gli occhi, mi ha preso di peso e immerso in un argomento che
prima non conoscevo, o conoscevo pochissimo. Mi ha dato la voglia di
informarmi, studiare, girare l’Italia, gettarmi nella storia e nella realtà
quotidiana di tante persone più sfortunate di me. Conoscere Elena, Maria Ausilia, Patrizia, Carlo, Cesare, Gian Piero, Luca,
Mario e Sebastiano mi ha arricchito. Li ho presi come
esempio nel volume, ma negli ultimi mesi ho incrociato la mia vita, il mio sguardo, il mio cuore con quello di tante altre persone
come loro e da questi rapporti mi sono più che mai reso conto di come la
dignità di una persona non si possa mai e poi mai misurare con i nostri
minuscoli metri umani.
La vita è sacra, l’ho capito nella pratica.
Me lo dicono
la carne, me lo dicono le ossa, me lo dicono gli
occhi, il cervello e l’anima di questi miei nuovi amici, ridotti come e peggio
di Welby, prigionieri del loro corpo, eppure capaci
di dare vita ai loro giorni, giorno dopo giorno, come e più di tanti di noi.
Sembra incredibile, ma è proprio così.
Già prima di Welby mi aveva colpito il caso di Terry
Schiavo e le parolone che venivano utilizzate da
scienziati o presunti tali per spiegare le razionali motivazioni che avevano
indotto il marito a chiedere che venisse «staccata la spina» a questa donna che
da anni viveva da «vegetale». Paroloni a parte, a me sembrava tutto
tremendamente semplice e lineare: a Terry Schiavo, ad
un certo punto, non hanno più dato da bere e da mangiare.
E’ morta di
fame e di sete. Non c’erano spine strane da staccare. E’ morta di fame o di
sete così come accadrebbe a un neonato o ad un anziano
non autosufficiente se non venissero aiutati.
C’è tanta
confusione attorno a questi argomenti, c’è tanta confusione attorno ai vocaboli
stessi che spesso utilizziamo a sproposito.
Con questo
libro ho la presunzione, abbiamo la presunzione, di
fare un po’ di chiarezza.
Spesso si
dice: ma se una persona vuole morire e non ha la possibilità di farla finita da
sola, non c’è nulla di male ad «aiutarla».
Ok, ma se fosse tutto
così normale, se non ci fosse nulla di male. perché se
domani mattina chiunque di noi incontra per strada uno sconosciuto che cerca di
buttarsi dal ponte, non lo aiuta a farla finita ma cerca in tutti i modi di
fermarlo?
Volete sapere
perché? Perché siamo fatti così. Siamo fatti per
rispettare e rendere dignitosa ogni vita, non per buttarla via.
«L’inguaribile
voglia di vivere» tratta soprattutto dei casi di Sla,
una malattia terribile che rende prigioniere le persone del proprio corpo.
Toglie il movimento, ogni movimento, ma risparmia il
cervello, l’anima, il cuore. Ma più o meno lo stesso
discorso si può fare per
migliaia
di altri casi, di altre malattie, di altre tragedie.
Prendiamo i
presunti stati vegetativi: nel maggio 2007 si è fatto un gran parlare di un
signore polacco svegliatosi dopo 19 anni di coma.
Non è
l’eccezione che conferma la regola.
«Avvenire» ha
pubblicato un elenco di decine e decine di persone a
cui è successo qualcosa del genere.
Io ho
un’amica, Patrizia, che più di dieci anni fa ha avuto un tremendo incidente
stradale. Sembrava dovesse vivere da vegetale. Sua madre, disperata, i primi
mesi andava a chiedere lumi e consigli agli esperti di tutto il mondo.
Uno gli ha
risposto così: «Alla prossima crisi respiratoria di sua figlia, vada nell’altra
stanza, accenda il televisore, lo metta a tutto volume e dopo un quarto d’ora torni da Patrizia. Sarà tutto finito».
Non è finito
un bel niente, per fortuna. Giovanna, si chiama così la mamma di Patrizia, ha
combattuto e combatte come una tigre e sua figlia si è
risvegliata dal coma. E’ disabile, ma c’è: e migliora, anno dopo anno. Parla e mangia. Vive.
Sono i
misteri della vita che solo la presunzione umana crede di poter svelare,
armandosi di tanta scienza e boria. E pensare che anche un
certo Albert Einstein si
era inchinato alla ragionevolezza del mistero. Diceva: «La cosa più
bella che possiamo sperimentare è il mistero.
Esso è la
sorgente di tutta la vera arte e di tutta la vera
scienza».
Il mistero.
Non è roba da creduloni. Mistero vuol dire anche accettare e non capire, come
immagino capiterà capita tutti i giorni ai miei amici protagonisti di questo
libro e alle migliaia di persone che sono messe come loro. Ci sarà anche
qualcuno che ad un certo punto non accetterà più e il desiderio di farla finita
prenderà il sopravvento. E’ un desiderio che merita il massimo rispetto e
comprensione. Ma è un desiderio, appunto: pensare di trasformarlo in un
diritto, pensare che lo Stato trasformi ogni desiderio in un diritto ufficialmente riconosciuto,
vuol dire incamminarsi verso un’epoca sempre più nichilista e relativista. Dove tutto è relativo, appunto. Dove tutte
le opinioni sono vere allo stesso modo. Dove ci si batte per morire, non
per vivere.
In questi
mesi ho avuto l’onore di incontrare una persona che non dimenticherò mai: Mario
Melazzini. E’ un medico, ed è malato di Sla. L’ho ascoltato a un convegno
e quell’incontro mi ha dato la spinta decisiva _ lui
lo scoprirà ora, leggendomi_ a scrivere questo libro.
«SuperMario» ha fatto anche molto di più: ha accettato di
scrivere l’introduzione al volume, introduzione che da
sola vale tutto il resto. E chiacchierando un sabato
pomeriggio a Reggio Emilia, mi ha anche suggerito il titolo finale:
«L’inguaribile voglia di vivere».
Per me è
bellissimo.
E’ anche il
titolo della vita di Mario, dei miei nuovi amici, e di tanti uomini ridotti
così.
Aiutiamoli.
Facciamo in modo che non perdano mai la loro straordinaria voglia di vivere.
Ognuno di questi uomini è unico, irripetibile.
Per morire,
c’è sempre tempo.