La
storia di Enzo Arsella.
C'è odore di ospedale
in casa Ursella.
Appena
oltrepassi l'uscio la sensazione è quella che ti
assale quando entri in un reparto di lunga degenza: persone che entrano ed
escono dalle camere, odore di disinfettante, il suono di qualche macchinario.
Questa però,
per quanto speciale, è una casa, come tante altre: qui Enzo passa le sue
giornate, guarda la tv, ascolta la radio, accoglie gli amici, “gioca” con i
suoi tre scatenati nipotini.
L'unica
differenza è che tutto questo lo fa disteso su un letto, immobilizzato dal
collo ai piedi, assistito di giorno e di notte da due badanti che gli
massaggiano gli arti inermi, lo puliscono, lo accudiscono in tutto e per tutto.
Enzo Ursella è infatti un “ospedalizzato
in casa”: la sua malattia, la sclerosi laterale amiotrofica,
una patologia degenerativa che porta ad
una paralisi progressiva dei quattro arti e dei muscoli deputati alla
deglutizione e alla parola, lo costringe da diversi anni su un letto e nel
La sua camera
da letto, che è tutto il suo universo, è stata così
dotata di tutti gli apparecchi necessari per la sua sopravvivenza:
il
letto ortopedico con il sollevatore, l'aspiratore, la macchina per
l'alimentazione intestinale (
Per quanto
immobilizzato a letto, Enzo ha conservato sia la deglutizione sia l'uso della
parola: la voce è quella metallica e discontinua di chi ha un tubo in gola, ma
riesce a farsi capire molto bene.
Ha voluto
incontrarci perché vuole raccontare una storia, la
sua, che è quella di tante altre persone spesso inascoltate, senza voce,
dimenticate.
Lui però vuole
parlare, farsi sentire.
Racconta di
quanto tutto è iniziato, nel marzo del '96:
“Come primo
sintomo mi è venuta a mancare la forza nel piede sinistro - racconta - e nel
giro di sei mesi praticamente mi sono ridotto in
questo stato: ho perso completamente la mobilità degli arti.
L'ultima fase,
quella in cui si bloccano i muscoli centrali, è subentrata però nel 2001:
ho
avuto una crisi respiratoria acuta e così mi hanno dovuto intubare
e poi tracheotomizzare”.
Dopo la prima
diagnosi della malattia all'ospedale civile di Udine
(“la malattia più infame che c'è - dice Enzo - perché ti dà la percezione
dell'impotenza e, quel che è peggio, dell'impotenza della scienza che non è
ancora riuscita a trovare una cura”), la famiglia Ursella
si è rivolto ad altri medici ed ad altri centri di assistenza per capire se
c'era qualcosa che si poteva fare:
“L'abbiamo
portato a Veruno, in provincia di Novara - racconta la figlia Sara -, dove c'è
una clinica riabilitativa con un reparto specializzato su questa malattia con
un'equipe formata da un fisiatra, un neurologo, uno
psicologo, un fisiopatologo respiratorio, una realtà
che qui da noi non esiste.
In ogni caso
qui hanno confermato quello che già sapevamo: che non esiste cura per
Nel suo caso,
ad esempio, quando faceva esercizi si stancava troppo e perdeva forza.
Ora invece la
ginnastica passiva, anche se non gli serve per recuperare il movimento (le
cellule nervose perse non si rigenerano più), gli consente comunque
di mantenere attiva la circolazione e l'articolazione”.
Mentre
parliamo, una delle due donne che accudiscono Enzo (entrambe provenienti
dall'est Europa) con molta destrezza gli massaggia le braccia, gli asciuga il
sudore (parlare così a lungo è per lui un impegno non da poco), gli aspira la
saliva dalla bocca e dal tubo che gli entra nella gola, il tutto per
facilitargli la deglutizione e la respirazione. Un'operazione che in un'ora e
mezza di chiacchierata si ripete almeno tre-quattro
volte.
Queste due
signore si sono formate sul campo:
una
delle due ha iniziato ad accudire Enzo quand'era in ospedale a seguito della
crisi respiratoria e poi l'ha seguito fino a casa.
L'altra ha
imparato pian piano e ora sono molto efficienti: di giorno ma anche di notte, a
turno, passano periodicamente a muoverlo, a cambiarlo di posizione, a metterlo
su un fianco, ad aspirargli la saliva, a massaggiargli gli arti.
Il grosso
dell'assistenza sta proprio qui. Assistenza privata.
E
quella pubblica?
“Il letto
ortopedico,
Non si capisce infatti in base a quali criteri mi assegnino tot flaconi o
tot sondini: di questi ultimi ad esempio ne uso una ventina al giorno e non mi
bastano assolutamente.
Ogni volta è
un interrogativo: quanti me ne manderanno?
Per non
parlare del fatto che ho chiesto la sostituzione di una semplice valvola della peg, un pezzo che si usura facilmente, e sono sei mesi che
l'aspetto”.
Ma il
capitolo più amaro è quello dell'assistenza:
certo
il signor Ursella
ha un pneumologo del Gervasutta
che va a visitarlo una volta al mese, un'infermiera del distretto che va a
fargli le analisi del sangue e delle urine una volta alla settimana e poi c'è
sempre il medico di famiglia.
Ma cosa sarà
un'infermiera alla settimana per una persona che ha
bisogno di assistenza 24 ore su 24 e che dipende da macchinari che necessitano
di manutenzione continua?
“Devo
riconoscere che al Gervasutta sono stato trattato
molto bene e sono assistito molto bene anche dal medico di famiglia.
Ciò che lascia
a desiderare è invece l'assistenza sanitaria successiva.
La ragione è
semplice: essendo l'assistenza sanitaria un costo rilevante, lo Stato ha
pensato bene di scaricare la patata bollente sulla Regione che ha istituito le
aziende sanitarie le quali, essendo aziende, tendono a
risparmiare sull'assistenza domiciliare.
In questo modo
lo Stato ci ha guadagnato tre volte - spiega Enzo che ha lavorato per trent'anni come funzionario di banca e quindi ha molto dimestichezza con i numeri -:
ha
scaricato la spesa sanitaria, percepisce le ritenute sui salari delle badanti e
l'assistito non può nemmeno detrarre dal suo reddito la spesa sostenuta tranne
una piccola somma per i contributi assistenziali”.
Dopo tutto, però, Enzo si ritiene un uomo “oltremodo fortunato”:
oggi la
sua pensione, circa 3.500 euro, insieme all'assegno di accompagnamento, 400
euro al mese, gli permettono di coprire, a pelo, le spese dell'assistenza (la
moglie è mancata pochi anni fa, ma, dice, “anche se ci fosse stata avremmo
dovuto comunque chiamare qualcuno”) e quelle ordinarie della casa.
Sta però
iniziando anche ad intaccare i risparmi di una vita di lavoro.
“E adesso sto
bene - dice -, ma ci sono stati periodi drammatici in
cui nemmeno due persone sarebbero bastate.
Quello che mi
chiedo è:
io ho
una pensione che me lo permette, ma chi non ha questa fortuna come fa?”.
Già, come fa?
L'assistenza
dei malati come il signor Ursella oggi di fatto grava
completamente sulle famiglie e non è solo una questione di soldi: ci sono
madri, padri, figli che sacrificano la loro vita per l'assistenza del congiunto
malato e che si sentono completamente abbandonati dallo Stato.
Ed
Enzo, di nuovo, si sente fortunato per non aver dovuto costringere le due
figlie a stravolgere la loro esistenza per accudirlo.
Sentire una
persona costretta a letto da anni, completamente immobilizzata, dire di essere,
dopo tutto, “oltremodo fortunato” è una lezione di vita non da poco.
La lucidità,
la prontezza di spirito e voglia di vivere che dimostra quest'uomo
pur nelle condizioni in cui versa (“i medici mi hanno dato cinque anni di vita ma io li ho mandati a quel paese”) sono davvero
esemplari.
“La mia forza
- dice - è l'aver
accettato la malattia ma è soprattutto il sorriso dei miei nipoti che mi fa
andare avanti: è la cosa più bella, quella per cui non voglio lasciare questo
mondo. Poi sarà quel che Dio vorrà”.