“Correrò senza stancarmi mai, finché tu mi introduca nella tua cella inebriante. Allora la tua sinistra passi sotto il mio capo e la tua destra mi abbracci deliziosamente e tu mi bacerai col felicissimo bacio della tua bocca”.

Quanto doveva amarlo, questa donna innamorata, il suo amante.

E’ un inno, un’invocazione all’amore, prima dell’amore.

E dopo l’amore, si affaccia un amore ancora più grande, quello dell’estasi che segue ogni istante che appaga, ogni atto che acquieta, ogni parola che placa.

Così lei dice, ancora :

Il tuo amore rende felici, la tua contemplazione ristora, la tua benignità ricolma. La tua soavità prende tutta l’anima, il tuo ricordo brilla dolce nella memoria”.

 

-- oo --

Dio uomo Dio bambino.

Di Gian Cavallo

 

Un caro amico mi ha chiesto un favore, lusingando quel residuo di mia piccola vanità di scrittore tardivo che ancora mi accompagna, nonostante i quotidiani assalti che il mio fisico, una volta invincibile, affronta e subisce da un avversario cattivo.

Il mio candido amico, abituato da tempo a parlare con le stelle, mi ha chiesto una cosa mica da poco, ma l’ha fatto con noncuranza, con la semplicità che gli è propria, con la purezza che gli appartiene, con la genuinità che è davvero una sua caratteristica genetica, e della quale in fondo non credo abbia gran merito, perché tutti noi si nasce in un certo modo, belli, brutti, piccoli, alti, intelligenti e sciocchi, buoni e cattivi e così via.

Lui è un candido. E con il candore caratteristico degli umili e dei modesti, mi ha chiesto di scrivere qualcosa su Dio, su come lo vedo con la mente, lo concepisco con la fantasia, lo immagino con la fede, ammesso che io abbia una fede.

Formulata così la domanda, il mio caro amico non poteva che ricevere la parte mia una risposta affermativa, di più, entusiasta, di più, eccitata.

E’ la vanità di cui dicevo prima, che faceva la sua parte e rispondeva per me. A domanda immensa, di così infinita consistenza, di così straordinario valore, darò una risposta altrettanto immensa, pensavo.

Così ho promesso.

Mi sono accorto dell’errore solo nel momento in cui ho incominciato a pensarci un po’ su. Forse non è stato proprio un errore, riflettevo fra me, il problema è che probabilmente mi sono sopravvalutato.

Quest’uomo mi ha fatto la richiesta più difficile fra tutte quelle che poteva avere a disposizione, ed io non me ne sono neppure reso conto, infervorato com’ero dall’idea di potermi confrontare con un personaggio di tale statura.

“Mi hai messo davvero in un bel guaio, caro amico, ma poiché le promesse vanno mantenute, dovrò pure trovare il modo per uscirne”. A questo pensavo, di fronte al

foglio desolatamente bianco, alla pagina di word mestamente vuota, entrambe le cose incubo ed angoscia di ogni scrittore.

Ma tant’è, alla fine la mia piccola vanità ha avuto il sopravvento e in qualche modo ho incominciato a scrivere.

Dio uomo, Dio bambino.

Sono le prime quattro parole che mi sono venute in mente. Di solito, quando sono alla scrivania e mi accingo a mettere insieme qualche frase decente con l’ambizione di arricchirla più tardi, per farla diventare parte di un complesso più grande che possa sfociare in un racconto, un romanzo, o quale che sia lo sbocco conclusivo, io faccio così, due parole, un flash e subito lo scrivo. Poi ci lavoro sopra. Probabilmente non è il sistema migliore, ma è il mio sistema, e alla fine mi ci sono pure affezionato.

Così ho scritto queste due cose, Dio uomo, Dio bambino.

Che dire, a me l’idea di Dio che ci inonda di una luce abbagliante ed accecante e sfolgorante ed inebriante, non ha mai convinto più di tanto. E’ un’ immagine talmente ovvia da risultare banale, e la banalità non fa parte del mio bagaglio culturale, o forse dovrei meglio dire caratteriale.

Insomma, ritengo che la facilità, la naturalezza, con la quale si è soliti associare l’idea di Dio a quella della luce, sia quantomeno sospetta.

La luce è per definizione il contrario del buio, delle tenebre, dell’oscurità, e già solo per questo rappresenta una fonte dalla quale sgorga ogni nostra capacità a muoverci senza il rischio di inciampare, a vedere senza il timore di confondere gli oggetti, i paesaggi o le persone, a capire il significato di ogni singola parola che leggiamo o ascoltiamo, senza la paura di non comprenderne il senso.

E poi la luce mostra le cose, e quante cose belle ci sono, da vedere.

Tutto questo è vero, è un dato di fatto, è oggettivamente riscontrabile in ogni momento della nostra giornata. 

Eppure, nonostante queste meravigliose e certamente rassicuranti premesse, questo accostamento evocativo di Dio con il concetto della luce, che per estensione si congiunge e si confonde con quello del calore, altra sorgente positiva, mi è sempre risultato estraneo, talvolta perfino un poco forzato, insomma, non l’ho mai sentito veramente mio.

E allora veniamo alle quattro parole che per prime mi sono venute alla mente, e che mi costringerò a ripetere come un ossessivo refrain : Dio uomo, Dio bambino.

Credo che la mia intuizione originale, quella che ha fatto scattare il meccanismo perverso della costruzione di un concetto sulla base di una tale povertà di espressione, abbia fatto ancora una volta un buon lavoro.

Non riesco a scindere l’immagine di Dio da quella dell’uomo. Del resto, mi pare che le sacre scritture dicano che l’uomo sia stato fatto a Sua somiglianza, non sono particolarmente ferrato in materia, non ho mai bazzicato troppo dalle parti dei Vangeli, ma quanto meno ne ho sentito parlare e l’idea mi trova del tutto consenziente.

Posso anche contare su un alleato straordinario, che ritroveremo più avanti, secondo il quale, il lunghissimo viaggio che egli ha sostenuto alla ricerca di Dio, lo porta finalmente dinanzi a Lui, e in Lui – come in uno specchio – vede se stesso, e non solo se stesso, ma tutti noi, tutti gli uomini del mondo, perché Dio è presente in ognuno di noi, perché ogni uomo è Dio.

E allora eccolo, il mio Dio uomo. 

Per meglio spiegare il concetto, ho utilizzato un piccolo stratagemma. Che volete, sono uno scrittore, non riesco proprio a liberarmi dall’idea di attuare qua e la qualche piccolo imbroglio da propinare ai miei più affezionati lettori, che di imbrogli letterari amano nutrirsi, nella loro continua e talvolta affannosa ricerca di quelle verità troppo spesso nascoste oppure soltanto taciute.

Così ho pensato di iniziare il mio inedito approccio con questa materia per me così ardua, con una dichiarazione d’amore.  

E’ quella che si legge all’inizio di questo scritto.

Non trovate che sia bella ? Forse l’aggettivo non è all’altezza, risulta un poco riduttivo, perché mostra un disordine letterario più voluto che casuale, uno spirito più acuto che sommesso. Ma insomma, quale uomo, e ribadisco il termine, uomo, non vorrebbe sentirsi dire una frase così coinvolgente, così straordinariamente appassionante e traboccante di calore e dolcezza e infinito affetto, come quella che la donna protagonista del mio modesto incipit, ha scritto al suo innamorato ? Quale uomo non si sentirebbe appagato, soddisfatto, compiaciuto, sì compiaciuto, di fronte a parole così piene di gratitudine, di ringraziamento, di riconoscenza, per l’amore appena ricevuto, e per quello che verrà ?

E non vi pare, miei pochi amici lettori, che quelle parole si riferiscano ad un amore carnale, ad un amore reale, ad un vero amplesso fatto di carezze, tenerezze, dolcezze, ma anche di toccare e sentirsi toccare, con quelle braccia che avvolgono l’amata, prima di scoccarle un bacio ardente sulla bocca ?

Ecco, il mio Dio è uomo. E’ l’uomo che riceve e dona amore senza curarsi di dare troppo e ricevere troppo poco, alla stregua di noi tutti piccoli uomini che diamo e riceviamo, con tutto il trasporto e l’entusiasmo e gli errori, sì anche gli errori, che solo l’amore rende possibile.

Le nostre donne si chiamano Annamaria, Francesca, Laura, Fiammetta, Beatrice,  Giulietta, la sua donna può avere un nome diverso, ma è sempre la stessa donna, perché si tratta sempre dello stesso amore.

In fondo, spero di avere commesso solo un peccato veniale, giuro sulla mia buona fede e che non vi era nulla di blasfemo nelle mie intenzioni, mi sono soltanto divertito a giocare su un piccolo equivoco.    

E dunque sappiate che il nome di quella donna così appassionata e preda di fiammeggiante amore è Chiara, Santa Chiara.

Quella che ho trascritto è una sua lettera al Signore.

Dio uomo, dunque.

E Dio bambino.

Perché bambino ? Anche in questo caso farò qualche capriola linguistica chiedendo un aiuto a qualcuno che con le parole ci sapeva fare. E da attento lettore, ruberò parole altrui, facendole mie. Consapevole che in ogni caso, la mia vanità di scrittore, di fronte all’immensità del personaggio, non ne sarà intaccata. L’uomo di cui accennavo prima, l’uomo che fece un così lungo viaggio per ritrovarsi di fronte a Dio e scoprire che stava vedendo se stesso riflesso in Lui, è ovviamente il Poeta per definizione, il padre della nostra lingua, Dante, che descrive quell’estasi infinita, con queste parole :

“… Ormai sarà più corta mia favella,

pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante

che bagni ancor la lingua alla mammella”.

Sono le parole di Dio, vogliono dire che se Dio dovesse parlare avrebbe la voce di un fanciullo, meglio, di un lattante.

Pronuncerebbe parole inarticolate, sorridendo senza un perché, piangendo senza un perché, allungando le piccole mani per raccogliere qualcosa, quale che sia, consapevole di ricevere in cambio una risposta e terrebbe il tuo dito nel suo piccolo pugno sicuro di averti agganciato per la vita.

Dio bambino, dunque.

Ecco, potrei cavarmela così. In fondo ho dato la mia interpretazione, ho descritto la mia visione, ho dichiarato la mia fede, seppure ricorrendo all’artifizio di riferimenti storicamente conosciuti, come le lettere di Santa Chiara o La Commedia di Alighieri.

Ma farei un torto a me stesso, e forse, anche al mio candido amico, se non cercassi di comprendere fino in fondo il motivo di questa scelta, che mi ha portato ad elaborare una sintesi estrema del mio personale concetto di Dio, riducendolo a queste quattro parole : Dio uomo, Dio bambino.

Il fatto è che ho visto e conosciuto il male. Una cosa informe che si chiama SLA. Un male subdolo, viscido e insidioso, un male che emana un calmo e finto dolore, lo stesso provato da quanti la fortuna ha condannato al confine. Un male che capovolge la bellezza perché offusca i giorni di sole, rende odioso il rumore della pioggia, non sopporta la neve che si trasforma in fango, e ti fa cadere.

In realtà sto giocando una partita impari, le forze in campo sono sproporzionate, non ho armi da opporre. So di essere destinato alla sconfitta perché è una partita truccata, con le carte già sollevate, gli assi già distribuiti.

Eppure, in questo apocalittico scenario da fine del mondo, perché, scusate la poca eleganza figlia di un umano egoismo, il mondo finisce col mio mondo, ci sarebbe forse uno spiraglio, un varco, una breccia attraverso la quale potrei chiedere il permesso di passare e con questo, forse, trovare la salvezza.

Ma dovrei chiederlo a Lui, a quel Dio che solo può aiutarmi, che solo può venire in mio soccorso, che solo può darmi conforto. E mi ritrovo improvvisamente incapace di farlo. Mi trovo spaesato, svagato, smarrito, confuso, perché non so a chi rivolgermi e intorno a me non vedo nessuno. E’ una mia mancanza, una mia deficienza, una mia incapacità. 

E allora ecco perché ho parlato di Dio uomo, di Dio bambino.

Per avere la possibilità di riconoscerlo, per parlare il suo stesso linguaggio, per potergli dare la mano e sentirla stretta nella sua. Per poterlo ringraziare, per potere discutere, per poterlo abbracciare, per poterlo insultare, sì anche insultare, come faccio talvolta gridando il suo nome al cielo, nei momenti in cui sento che il male la vince.

Certo che in ogni caso Lui mi comprenderà, sempre.

Perché è un uomo, perché è un bambino.  

 

Gian si racconta in poche righe.

 

Nasco 59 anni fa a Genova e le sono fedele da sempre. Vivo nella stessa casa dove sono nato. Da bravo genovese risparmio anche sulla voce : trasloco. Naturalmente genoano.

Pare una sciocchezza, ma quella tinta di rosso e di blu è una malattia che ti segna per la vita. Neppure fosse la SLA....

Diploma di ragioniere, quanto di più lontano dalla mia mente che se la tira da creativa ed ha voglia di evasioni. Per l'università non ho tempo e francamente neppure i soldi. Così parto per il servizio militare. Aviazione. In divisa sono proprio carino. Però non vedo neppure un aereo.

In compenso, appena posso, incomincio a viaggiare e ad oggi di aerei ne ho presi 269. Eh sì, ho tenuto il conto. Dalla Cina agli States, dal Kenya al Senegal, passando per l'Islanda e pure la Groenlandia. Quando parlo con gli amici che si vantano dei loro viaggi, io con la Groenlandia li frego. A chi c... avolo può venire in mente di andare in Groenlandia ?

Nel frattempo lavoro. Nello shipping. Che vuol dire spedizioni via mare. Prima in una società americana, la grande Sea Land, dove imparo l'inglese. Poi con un armatore parigino, la CGM dove imparo il francese. Poi con la grande MSC, sede a Ginevra, ma armatore di Sorrento, dove imparo il napoletano.

Me la cavo. Divento Manager, che è una qualifica che si adatta a qualsiasi cosa, purchè roboante : Conference Manager, Sales Maneger, Traffic Manager, ma che in buona sostanza sgnifica lavorare anche sabato e domenica senza avere lo straordinario. Ma non mi lamento. Il lavoro mi piace. Viaggio e conosco gente. Che voglio di più ?

Ah sì, dimenticavo. Trentadue anni fa mi sposo. Lei si chiama Annamaria. 

Sono trascorse molte retrocessioni, qualche inevitabile lutto, moltissimi governi, quasi tutti di sinistra, ahimè. Una decina di influenze e qualche raffreddore. Ma lei, Annamaria, è sempre lì. E ci sarà anche quando la diagnosi è diversa. 

Si chiama SLA, è una sigla, un acronimo. Probabilmente morirò per colpa di un acronimo. Sapendo di non essere mai solo.

 

In rilievo.

 

Gian è uno scrittore e il 19 aprile scorso ha presentato il suo ultimo libro dal titolo 'La memoria'.

 

La presentazione è stata fatta su un veliero, 'La signora del vento', ancorato nel porto di Genova.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

‘La memoria’

 

Pag: 207


Edizione La Lontra


Prezzo: 12,50 Euro

 

 



 

Altri libri scritti da Gian:

 

'Uccello migratotore'

 

Pag: 403

 

Prezzo: 15 euro

 

Nuova editrice

 

 

 

 

* Il ricavato del libro 'La memoria' sarà interamente devoluto all'AISLA.